Anche in Sicilia esiste una creatura leggendaria: la Biddrina, un mostro simile a un serpente gigantesco che, da secoli, alimenta paure, racconti e tradizioni popolari in varie zone dell’isola.
La leggenda della Biddrina siciliana, creatura misteriosa e mostruosa, affonda le radici in un tempo indefinito, dove realtà e immaginazione si fondono senza confini. Si racconta che questo serpente dalle squame blu e verdi, occhi rossi come braci e bocca spalancata capace di inghiottire animali e bambini, viva nascosto nelle zone più impervie della Sicilia: fiumi torbidi, paludi dimenticate, grotte avvolte dall’umidità e dal silenzio. Un’immagine quasi mitologica che, nonostante i secoli, continua a resistere nell’immaginario di chi abita le campagne e i piccoli borghi.
Curioso come queste storie non siano mai sparite, anzi: ancora oggi si tramandano, quasi con timore reverenziale. C’è chi giura di averla vista, in notti di luna piena, aggirarsi tra i canneti. Altri parlano di strani versi, sibili nell’aria o improvvisi movimenti d’acqua. Realtà o suggestione? Poco importa, perché la Biddrina non è solo un racconto del passato: è un simbolo, una memoria viva. Ed è proprio questo che rende il mito così affascinante.
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La Biddrina: tra mito rurale e paura ancestrale
Secondo le antiche leggende, la Biddrina avrebbe il potere di ipnotizzare con lo sguardo. Bastava incrociare i suoi occhi rossi per cadere in uno stato di trance, come se qualcosa di antico e profondo risvegliasse un terrore primordiale. Questa immagine ricorda le figure dei mostri che popolano le fiabe di tutto il mondo: creature che rappresentano l’ignoto, il pericolo, la morte. Ma c’è anche qualcosa di profondamente siciliano in questo racconto, come se fosse nato proprio per proteggere.
Non è difficile pensare che il mito sia servito, un tempo, a tenere lontani i bambini da fiumi e paludi, zone pericolose dove si rischiava davvero la vita. Da lì, forse, si è evoluta in una storia più grande, più cupa, dove la biscia di campagna diventava una creatura leggendaria. Alcuni contadini narrano ancora che la Biddrina viva tra le rocce sulfuree di Montedoro, nel nisseno, dove la miniera di zolfo sembra alimentare un ecosistema da incubo. Altri l’avrebbero avvistata nei pressi di Riesi o tra i canneti del lago Biviere, a Gela. Ogni luogo ha la sua versione, ma il fascino resta lo stesso.
Interessante notare come la Biddrina venga celebrata ancora oggi. A Butera, ad esempio, durante la festa di San Rocco, si porta in giro per il paese un enorme serpente di cartapesta chiamato “U sirpintazzu”. Un rito collettivo che rievoca l’uccisione della creatura, quasi fosse un esorcismo simbolico contro i mali della natura e della memoria. Anche a Cammuto, una fontana celebra la vittoria su questo essere inquietante, trasformando la leggenda in elemento d’identità locale.
Origine del nome e simbologia del serpente nella cultura siciliana
L’etimologia della parola Biddrina è tutt’altro che certa. Alcuni linguisti ipotizzano una derivazione araba, legata a termini che indicano grandi serpenti d’acqua. Altri collegano il nome al latino “belluino”, per sottolineare la natura selvaggia e bestiale del mostro. In alcune zone viene chiamata anche “culofia”, parola altrettanto misteriosa che potrebbe derivare da antichi dialetti scomparsi. Ma, al di là della radice linguistica, ciò che colpisce è come il solo pronunciare quel nome susciti un brivido.
Il serpente, del resto, ha sempre avuto un ruolo ambiguo nelle mitologie. Nell’antico Egitto era simbolo di vita, rinnovamento, potere. In Grecia incarnava la salute, basti pensare al bastone di Asclepio, ancora oggi simbolo della medicina. Ma nel mondo cristiano, con la caduta di Adamo ed Eva, il serpente diventa il tentatore, l’incarnazione del male. Questo passaggio di significato ha segnato profondamente l’immaginario europeo, e quello siciliano non fa eccezione.
Forse anche per questo la Biddrina è stata, per secoli, una figura temuta. I contadini la vedevano come un presagio di morte, un essere velenoso e crudele, capace di distruggere raccolti e vite. Ma è affascinante pensare che, sotto sotto, fosse anche simbolo di rinascita, per quella sua natura nascosta, ciclica, capace di scomparire per anni e poi tornare, più potente di prima. Alcune leggende narrano, infatti, che una biscia che rimane nascosta per sette anni, si trasformi magicamente in una Biddrina. Un’immagine che richiama i cicli della natura, il tempo che scorre, il mistero della trasformazione.
Una leggenda viva tra le generazioni
Ciò che rende il mito della Biddrina siciliana così potente è la sua continuità nel tempo. Non si tratta di una semplice favola dimenticata, ma di un racconto che si è adattato, reinventato, è sopravvissuto all’era moderna. Forse perché tocca qualcosa di profondo: la paura dell’ignoto, il rispetto per la natura, la necessità di dare forma al mistero. E poi, diciamolo, c’è qualcosa di affascinante nell’idea che una creatura tanto mostruosa possa ancora nascondersi tra i canneti.
In fondo, ogni terra ha bisogno dei suoi mostri per raccontarsi. E la Sicilia, con la sua natura aspra, i suoi silenzi, le sue paludi dimenticate, ha dato vita a uno dei più evocativi: la Biddrina. Che esista o meno poco importa. Ciò che conta è la storia, la suggestione, l’immaginario che riesce ancora a evocare. Perché, in certi luoghi, la leggenda è più vera della realtà.